La lunga intervista rilasciata la settimana scorsa a Maria Vita Della Monica. Un sunto è sul periodico "I Cento Passi".
Cultura e Politiche Giovanili. Una delega delicata, quanto faticosa da gestire, specie con i conti del Comune in rosso. L’offerta culturale da disegnare e valorizzare, le associazioni da coordinare e tanto altro. Quali sono le linee guida che stai adottando nella gestione dell’assessorato?
Allo stato attuale, mi sto applicando ad una ridefinizione degli strumenti e dei rapporti tra l’Ente e gli operatori culturali. In tal senso, siamo all’anno zero, ed è mia ossessione fornire ad Ente e Associazioni un’architettura di relazione. Sto lavorando a un nuovo regolamento per il settore, che preveda, tra l’altro, l’istituzione di strumenti di rappresentanza quali la Consulta delle Associazioni e la Consulta Culturale Cittadina. Inoltre, mi piacerebbe giungere all’istituzione di uno Sportello Unico per la Cultura: un'unica interfaccia, all’interno del Comune, con cui gli operatori dovranno relazionarsi. Si sente un gran bisogno di procedure chiare e di un comune amico anche in questo campo.
E’ un lavoro che ritengo fondamentale, perché getta le basi su cui costruire una programmazione culturale non estemporanea.
In ogni caso, intendo convocare una grande Assemblea Pubblica nel mese di ottobre, dove chiamerò tutti al confronto e alla relazione su regolamenti, Consulte e più in generale sulle strategie per la Cultura e i Giovani di Battipaglia, su cui ho le mie idee, che esporrò a tempo debito.
Battipaglia, dal punto di vista culturale, ha sicuramente un grande merito. Quello di aver scommesso su alcune manifestazioni e di averle fatte crescere a poco a poco. Mi riferisco alla Ciclolonga, alla Città dei Ragazzi, al Verdinote. Non tutte, però, sono sopravvissute o comunque non godono di ottima salute. Cosa pensi di fare per “recuperare” questi appuntamenti?
Delle manifestazioni citate, due sono attive e vanno avanti nonostante le disattenzioni istituzionali. Ovviamente sono da sostenere ancora di più, mentre la Città dei Ragazzi è nel programma elettorale del Sindaco per cui credo che nell’estate 2010 tornerà l’appuntamento in Villa. Per quanto mi riguarda, due sono le priorità: recuperare il Teatro dei Ragazzi, che ha una storia di tutto rispetto e si pone come naturale “gemello” del Giffoni Film Festival, e far uscire la Città dei Ragazzi dai confini della Villa, affinché convolga tutti i quartieri.
“Battipaglia non ha storia”, dicono i vicini Ebolitani. Tu cosa ne pensi?
Beh, Battipaglia è particolare, perché ha una storia che è recente e insieme millenaria. Infatti, la nostra è una città molto giovane, e tuttavia fa parte di un territorio che già dall’anno Mille veniva identificato come “Battipaglia”. Questo strabismo da una parte ci ha impedito la maturazione di tradizioni storiche consolidate, a differenza di paesi limitrofi (e penso a Cava dei Tirreni, Eboli, Campagna, ecc.). D’altra parte, la consapevolezza di vivere in un territorio millenario ha prodotto tentativi di fondare un’identità di Battipaglia su basi a volte incerte, artefatte o forzate.
Credo che una tale peculiarità (una storia cittadina giovane su un territorio dalla storia antica) possa rappresentare un punto di forza laddove si operi con serietà su entrambi le direttrici: valorizzazione di quanto ci consegna il passato remoto, apertura a una modernità non ostacolata da una identità troppo forte.
L’estate battipagliese. A pochi giorni dall’elezione del nuovo sindaco la villa comunale è tornata ad essere viva, grazie ad una serie di iniziative promosse dalle associazioni. Molti, però, hanno storto il naso, lamentando il basso profilo culturale degli appuntamenti in cartellone. Cosa ti senti di dire a chi ha mosso certe critiche?
Che alcune critiche sono fondate e vanno accettate, ma sono un po’ ingenerose, specie verso tutti gli artisti che si sono prestati gratis. “Battipaglia in Villa” voleva essere un segnale di vivacità e una occasione di vivere il proprio territorio per i cittadini, ed in questo abbiamo raggiunto lo scopo, a sentire il rammarico generale per una Villa Comunale tornata disabitata dopo la fine dell’iniziativa. Del resto, non è facile allestire un cartellone di venti giorni in una decina di giorni, senza avere risorse da investire in artisti, attori, compagnie teatrali, gruppi musicali. Poi certo, tutto è migliorabile, ma francamente ritengo “Battipaglia in Villa”, nel complesso, una iniziativa riuscita e colgo l’occasione per ringraziare quanti hanno collaborato.
Il tessuto associazionistico battipagliese negli ultimi anni è cresciuto ed è evidente che voglia fare di più per la comunità. Cosa potrà fare l’ente per agevolare questo processo?
Tanto. Ascoltando innanzitutto. Offrendo luoghi e strumenti di consultazione. E poi, strutture. Battipaglia ha una grande penuria di strutture, che possano essere sede per le associazioni, teatro e sala prove per le compagnie teatrali e i gruppi musicali, pinacoteca per artisti e gallerie d’arte, laboratori per gli operatori di settore. Penuria aggravata oggi dalla chiusura del Garofalo e del Bertoni.
In attesa che si operi il restauro e la trasformazione della Scuola De Amicis in Centro della Cultura e della Comunicazione – come da programma del Sindaco Santomauro - occorre procedere a un monitoraggio delle strutture pubbliche - il Tabacchificio e lo stadio Pastena, per esempio - che possano essere recuperate con un mix di finanziamenti pubblici/privati, e adibite a soddisfare le legittime esigenze degli operatori culturali.
"Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane." Calvino aveva ragione?
Può essere vero ma non ne farei una regola… conosco tanti incompleti di tutte le età! A cominciare da me, ovviamente, e bisogna pur che ci decidiamo a stabilire quando si smette di essere giovani!
Io ho maturato una mia personale convinzione: si diventa adulti quando si smette di andare dietro alle proprie disperazioni fino alle estreme conseguenze.
Disagio giovanile, Battipaglia non è ne è indenne. Quali sono i progetti dell’amministrazione in tal senso?
Mai come in questo periodo storico le giovani generazioni vivono uno smarrimento di bussola. Stretti tra una condizione lavorativa precaria e un costo della vita sempre più alto, tra un reddito scarso e insieme una coazione al consumo come affermazione della propria identità, i giovani sembrano costretti a pensarsi in un eterno presente dentro cui barcamenarsi, magari trovando la scorciatoia individuale piuttosto che una strada comune al progresso. E tuttavia, non ci sono generazioni “perdute” a priori, perché ognuna porta in sé fermenti creativi e dinamici che devono essere incoraggiati e sostenuti, in quanto unici antidoti alla rassegnazione e alla devianza.
Quest’Amministrazione ha individuato soprattutto nel lavoro uno strumento indispensabile. Perché il lavoro dà dignità, stabilità anche identitaria. Stiamo lavorando per fermare l’emorragia di posti di lavoro (vedi Alcatel) e per monitorare il tessuto economico del territorio attraverso l’Osservatorio Locale sull’Occupazione. Ovviamente il lavoro verrà se si mette in moto una strategia di crescita nei settori economici: commercio, industria, ma soprattutto agricoltura e turismo. Un’Amministrazione può e deve favorire le condizioni di lavoro degli operatori economici.
E poi cultura, cultura, cultura: una buona forma di prevenzione è offrire ai giovani modalità di espressione e di valorizzazione del proprio talento e della propria identità. Investire sulle potenzialità positive dei giovani, e contemporaneamente metterli in guardia sui rischi delle pratiche negative, può essere un giusto mix per ridurre e contrastare il disagio e la devianza giovanile.
Tu sei un giovane. E sei battipagliese. Quale è la tua città ideale “a misura di ragazzo”? Come pensi di poter contribuire alla sua creazione?
Francamente, per giungere a una città a “misura di ragazzo” occorre prima giungere ad una città a “misura d’uomo”. E la mia città ideale è quella in cui la cultura ha, nelle stanze del potere, la stessa dignità del piano regolatore, per esempio. In tal senso, ho fiducia in Santomauro. La mia città ideale è quella in cui i privati e i maggiorenti fanno a gara in mecenatismo, piuttosto che ripiegare nella dimensione privata. La mia città ideale infine è quella in cui gli artisti e gli operatori culturali evitano la tentazione del piagnisteo e dell’individualismo e fanno gruppo.
Io posso contribuire innanzitutto facendomi portatore delle istanze culturali nei “piani alti” e offrendomi come mediatore e punto di riferimento per gli operatori culturali. Non mancherò mai di pungolare gli amministratori, i privati e gli artisti stessi a un maggiore impegno…a cominciare da me!
Si parla, negli ultimi giorni, di “giunta a termine”. E’ una provocazione dell’opposizione o una necessità reale? Perché?
Di solito a questa domanda rispondiamo che “ogni uomo è a termine”. Aldilà delle battute, è evidente la necessità di avere una maggioranza stabile che supporti e affianchi il Sindaco. Se per giungere ad un tale risultato occorre operare un rimpasto o un azzeramento della Giunta, credo sia un sacrificio sopportabile a fronte del bene primario di una stabilità governativa, vero tallone d’Achille di Battipaglia negli ultimi anni. Di fronte a ciò, sono disponibile alle dimissione anche domani.
Dando una occhiata alla tua biografia, ci si accorge che la tua formazione è varia, oltre che ricca. Un politico creativo, in Italia, non è cosa da tutti i giorni. Come ti senti a dover avere a che fare con chi della politica, contrariamente a te, ha fatto un vero e proprio mestiere?
La fantasia al potere! Scherzo. C’è da precisare che io sono “prestato” alla politica. Detto questo, non nascondo le difficoltà e, dopo questo passaggio nella “stanza dei bottoni”, da una parte sono più indulgente verso chi ha la “follia” di prendersi la briga di affrontare i problemi, che sono tantissimi, con i mezzi dati, che sono pochissimi. D’altra parte, tuttavia, si conferma una certa autoreferenzialità della politica, intenta spesso più alle proprie esigenze che a quelle dei cittadini. La fatica maggiore che incontro è proprio avere credito dalla gente e far capire che faccio parte dei “folli” più che degli “autoreferenti”…
Pare che, per quest’anno, il teatro Garofalo e il Bertoni chiudano. Cosa si può fare per eviralo? Come vi state muovendo?
Stiamo operando una moral suasion sugli attori in campo, a cominciare dalla proprietà degli stabili. Abbiamo convocato i Pilerci – comproprietari del Garofalo – per capire le loro intenzioni e il margine per un ripensamento sull’aumento di fitto richiesto a Barlotti – causa della chiusura del Garofalo e di conseguenza del Bertoni. Per quest’ultimo, i Barlotti hanno dichiarato una disponibilità a valutare proposte economiche volte a rilevarne la gestione. Ho convocato le associazioni teatrali per mercoledi 30 settembre per affrontare il discorso specifico delle due strutture private, e per un confronto sulle possibili alternative.
Parte da Facebook l’appello all’amministrazione ad acquistare il Castelluccio. In realtà se ne discute da tempo. Pensi ci siano margini di fruizione della struttura da parte della collettività? Quali?
Sarebbe un sogno avere un Castelluccio di proprietà comunale, risanato e reso contenitore culturale, con un Parco intorno adibito anche a spettacoli ed eventi. Ma il sogno si scontra con la realtà di un Comune in deficit e con un Castelluccio di proprietà privata. Pertanto, occorre valutarne la fattibilità, magari in tempi migliori per le Casse comunali. Francamente, non credo sia una priorità.
Torniamo ai conti in rosso del Comune. Tra qualche mese è Natale e la città si aspetta un cartellone di eventi per la festività. Cosa è previsto?
In questi giorni stiamo lavorando all’implementazione delle luminarie. E un cartello di eventi è comunque previsto. La sua importanza dipende sempre dalla capacità del Comune di ritrovare un potere di spesa. In tal senso, ottobre sarà un momento chiave, con il riequilibrio di bilancio da approvare.
Dici di te: "Da sempre inseguo l'arte senza mai riuscire a raggiungerla appieno. Mi ritengo poliedrico, forse facendo tutto male." Come valuti i primi mesi della tua esperienza da assessore?
Dalla citazione si può capire che sono un persona poco indulgente con se stessa, per cui mi do un cinque.
“Fragili, non integrati, solitari, un po’ disadattati…Simulacro di un’umanità sopravvissuta, sospesa tra un vecchio mondo di cui conservano memoria e uno nuovo che provano ad abitare con ironia e poesia”. Questi sono i tuoi Omeini. E tu, gli somigli?
“Omeini c’est moi”, potrei dire parafrasando Flaubert. Come in ogni opera di fantasia, c’è un po’ di sé e un po’ di mondo. Diciamo così: gli Omeini sono miei figli degeneri…
Sociologo, grafico, scrittore, filmaker. Ma Luigi Viscido, da grande, cosa vuol fare di preciso?
Me lo chiede sempre anche mia madre…Vorrei sicuramente giungere a quella condizione privilegiata di poter fare ciò che voglio realmente, in quel momento, fare, e che questo fare mi dia anche di che vivere. Detto meglio, vorrei vivere delle mie passioni, qualunque esse siano.
Pensi che a Battipaglia ci sia posto per i creativi?
A Battipaglia c’è il posto che i creativi sapranno conquistarsi e pretendere. Non sono propenso ad aspettare “mamma Comune”. Il meglio dell’arte moderna è nata nei tugurii di Parigi ad inizio Novecento…quegli artisti non hanno aspettato certo che il Comune mettesse a loro disposizione atelier con riscaldamento…Poi certo, non tutto può passare dalla buona volontà singola.
Descriviti con 3 aggettivi.
Bastano due: complicato e semplice.
Il tuo piatto preferito.
Ammetto una passione per salumi e formaggi. Ma mi piacciono molto anche le verdure e la pasta. Ho frequenti tentazioni di vegetarianesimo, ma si scontrano con la mia passione per i salumi…e la mia pigrizia.
Il tuo film preferito e il motivo per cui lo preferisci.
Domanda da un milione di dollari…per darmi un po’ di tono potrei dire tutto Kieślowski, o i primi di Wenders, o certe produzioni asiatiche, ma voglio risolvere con un film ben preciso: “La Banda degli Onesti” con Totò e Peppino. Mi rasserenano e divertono le disavventure di un’Italia forse più povera ma più semplice, più sobria, prima che prendessero il sopravvento i ragionieri Casoria…
L’ultimo libro letto.
Non posso parlare di libri “letti” ma “provati a leggere": ho una decina di libri aperti sul comodino. Ma cito un libro attinente alla mia attività politica, peraltro non proprio fresco di stampa: “Non pensare all'elefante!” di George Lakoff.
Intervista per "I Cento Passi"
Una cosa seria
Cari amiche ed amici, sono stato nominato assessore (update: alle Politiche culturali e giovanili e alla Comunicazione) della nuova amministrazione di Battipaglia. Una responsabilità seria, che mi stravolgerà un pò la vita e che mi mette sicuramente alla prova. Non voglio fare i soliti discorsi, ma del resto io non sono proprio un personaggio "solito". In bocca al lupo a me stesso, allora.
Ecco il primo cambiamento alla mia "normalità": una foto "seria", per i giornali.
Scherza con i fanti
Verrebbe da dire ai Radicali, che pure stimo: i simboli sono una cosa seria, e la stella gialla di Davide sul petto è una cosa troppo maledettamente seria, per abusarne.
Omini che dipingono omini
Assistiamo continuamente ad un alternarsi di valutazioni intorno all’industria e all’artigianato. Per molto tempo, è sembrato che l’oggetto fatto in maniera industriale avesse un valore superiore indiscusso, perché più scientifico, razionale, standardizzato di uno fatto a mano, con in più, un costo inferiore che lo rendeva “democratico” in quanto acquisibile da una maggior platea di consumatori.
Di fianco a questa scuola di pensiero è sopravvissuta e anche preso forza quella che ri-valutava il lavoro artigiano, per ragioni se vogliamo speculari a quelle appena illustrate: un artigiano spesso lavora meglio, ha più controllo sul pezzo, ha una elasticità concettuale che una macchina non può avere e inoltre rende più “unici” gli oggetti, anche quando sembrano identici, proprio perché c’è la componente umana variabile in ogni lavoro. Perdonate il discorso tagliato con l’ascia, ma è giusto per illustrare il pendolo che oscilla dall’Ottocento circa in poi.
In quest’ottica, attira la mia attenzione la pubblicità di un’iniziativa di Panorama sul subbuteo. Nello specifico, l’immagine del giocatore di plastica sotto cui è scritto “dipinto a mano”. Di solito tale dicitura vuole dare o accrescere valore all’oggetto (e spesso lo fa effettivamente). Ma bisognerebbe stare attenti, perché addirittura può essere controproducente. Mi spiego. Per me, tale pratica manuale ha valore solo quando non può essere fatta a macchina, o quando consente una qualità non altrimenti raggiungibile da una macchina. Levigare una lastra faticosamente a mano dove potrebbe una veloce levigatrice industriale, dipingere i manifesti dei film a mano come in India dove andrebbe bene anche le stampe offset, usare un risciò per andare a prendere un treno invece di un taxi, raccogliere il grano a mano piuttosto che con opportuni trattori, non ha molto senso. Ha senso far dipingere la Cappella Sistina a Michelangelo, o far creare le spade secondo le tecniche millenarie degli artigiani giapponesi, oppure farsi massaggiare da esperti operatori. E potrei fare tanti altri esempi sia in un senso che in un altro.
Invece, chiamare un uomo a un lavoro che può fare tranquillamente una macchina a me suona tanto alienante e un tantino sfruttatorio. Perché già lo immagino, un omino a fare per otto ore al giorno la stessa manica e lo stesso pantaloncino, senza che questa operazione sia artistica o aggiunga pregio. L’uomo ha inventato le macchine per quel tipo di lavoro, per liberarsi da quelle operazioni noiose e ripetitive che un mucchio di ferro ben congegnato avrebbero potuto fare meglio se non uguale, con minor fatica. Per giocatori di subbuteo da vendere in grandi quantità in edicola, poi...mica stiamo parlando dei pastori da presepe di San Gregorio Armeno!
Talk show, colpirne uno per educarne cento
Guardo l’ennesimo talk show, nonostante stia cercando di smettere. Su La7 stamani si parla del percorso che ha portato il Msi al Popolo della Libertà. Argomento interessante, ma non è questo che mi ha colpito, quanto l’abitudine, ormai consolidata, dei dibattenti di qualsiasi talk show ad interrompersi a vicenda e darsi sulla voce, anche in maniera pesante. Un costume che la dice lunga sul grado di civiltà italiana, se a metterlo in pratica sono le classi dirigenti, che dovrebbero esprimere il meglio della Nazione.
A voler essere precisi, si può operare una classificazione: c’è l’interruttore professionista, quello che lo fa sistematicamente e scientemente per far perdere il filo del discorso all’avversario, c’è l’interruttore impulsivo, che lo vedi, si trattiene, accetta pure l’idea che dovrebbe stare zitto quando è il turno degli altri a parlare, e perlopiù ci riesce salvo sbottare, esplodere quando non ce la fa, infine c’è l’interruttore pedante, colui il quale, in un tripudio di scuse, interrompe per precisare, per spaccare il capello in quattro, per correggere su cose veniali anche a ragione magari, ma finisce per somigliare a quell’arbitro che interrompe continuamente il gioco, a norma di regolamento si, ma che palle.
Ebbene, poiché mi sono appena svegliato e dunque sono ancora in uno stato di dormiveglia, mi basta poco per sognare un conduttore di talk show che, al primo interruttore in azione, si alza dalla sua seggiola, raggiunge il malcapitato e gli dà una solenne bastonatura con un nodoso tronco d’ipé (il legno più duro del mondo, l'ho cercato su Google).
S’inaugurerebbe un nuovo genere di talk show: ad eliminazione. Certo, la soluzione è sbrigativa, si potrebbe pensare a forme più soft, come il televoto (che so: Capezzone, il pubblico da casa ha deciso che..tum tum, tum tum - musichetta di suspense -…sei stato eliminato).
Sarebbe un esperimento interessante ed innovativo, ma non so quanto risolutivo, si fa presto a diventare tifosi davanti alla tv. Resto per il ramo nodoso, mi sembra la soluzione più efficace.
E poi su Facebook capita che...
In basso quanto apparso sulla bacheca di Piero Fassino, l'ex segretario DS, anche lui "vittima" dei tanti quiz un pò assurdi e molto spam che girano su Facebook. Con molta ironia l'onorevole ha anche espresso il suo apprezzamento! :)
Se poteva fa...ma mo' che famo?
La crisi del PD e la relativa possibilità di commento e condivisione su blog e Facebook ha definitivamente dato il colpo di grazia (temporaneo, ovviamente) alla mia concentrazione nel lavoro. Sono nel tunnel del social nOtwork e vado spargendo il mio pensiero ovunque, ma soprattutto sul blog di Giuseppe Civati e di Francesco Costa. Lo riporto lungamente in basso:
1) Niente congresso, niente primarie ora, ma a giugno, dopo le elezioni.
A farle prima rischieremmo di andare ad elezioni europee ed amministrative, e di affrontare il picco della crisi mondiale, masturbandoci come facciamo da 10 anni sugli assetti interni del PD. Davvero ci piglierebbero coi forconi, specie i tanti che avrebbero tempo libero, data la condizione di disoccupazione.
Non credo che il tempo ci sia, come dici tu Francesco, per primarie e congresso: ci sono da fare le liste per le europee e soprattutto per le amministrative, e non le fai all'ultimo mese, specie quelle amministrative, dove di solito chi tardi arriva male alloggia (la gente che vuole candidarsi o votarti non aspetta te e i tuoi mal di pancia, e arrivano prima nelle case quelli degli schieramenti opposti).
Nella mia città ci saranno le amministrative, a giugno, e un partito impegnato a discutere di assetti nazionali piuttosto che di problemi locali allontanerebbe tutti e procurerebbe una zavorra al candidato a Sindaco.
2) Elezione immediata di un segretario ponte, ma nel segno di una discontinuità forte e fortemente "simbolico", che ricordi a tutti quale patrimonio di idee ci stiamo giocando. Non voglio dire Scalfaro, ma siamo da quelle parti. Un padre nobile...ce ne sarà rimasto qualcuno?
Una figura carismatica, che sappia poi lasciare libero il campo, perché non si inneschi il sospetto di approfittamenti durante la reggenza (se non ho letto male, Bettini ha già chiesto a Franceschini di non candidarsi a segretario, dopo la reggenza). Non dimentichiamo che siamo il partito dei registratori nelle riunioni (Iervolino docet).
3) Chiusura del loft con sparpagliamento dei dirigenti nazionali nelle contrade più periferiche del Paese con rituali di purificazione su modello giapponese. Profondi inchini di scuse, per capirci. Nella speranza di un temporaneo perdono almeno di simpatizzanti e militanti, in vista degli appuntamenti elettorali.
Non credo che la Rivoluzione di cui ha bisogno il PD si prepari in un paio di mesi, in tutta fretta, sotto il peso di fare le liste per le europee, ma soprattutto per le amministrative.
In un tale marasma non credo si possa eleggere un Civati (io farei il tifo per te Giuseppe, per quanto ti conosca solo via internet), conferendogli un sostegno tale che gli consenta di dire a un Marini o a un D'Alema: fatti da parte, please.
Anche Omaba ha fatto una lunga marcia, e mettendo d'accordo il popolo di internet con i sindacati degli autotrasportatori e gli amministratori dal pelo lungo...
Io direi: turiamoci il naso adesso, stringiamo i denti, fatto 30 facciamo 31, perdiamo l'ennesima elezione ma prepariamo bene l'assalto al Palazzo d'Inverno...non è più tempo di Scalfarotti (con tutto il rispetto, è una persona che stimo) né di dilettanti allo sbaraglio...
Che poi, siamo sempre nel campo di X-Factor, eh? Dovremmo anche parlare qualche minuto di piattaforme, perchè io un programma teodem non lo voto manco se a presentarlo è Obama in persona... :)
Pd, é tutto un reality show
Trent’anni di tv commerciale e “commercializzata” e 10 anni di reality non sono passati invano. Non solo su quella parte di popolazione più apolitica e meno “acculturata”, che fa della tv spesso l’unica fonte di informazione e svago. Ha colpito e modellato anche i tanti che si credevano immuni perché fruitori di altri media (giornali, libri, internet), quella classe media riflessiva che è il nerbo del centrosinistra.
Basta vedere come è stato vissuto il PD (ma si potrebbe risalire ad anni ancora precedenti). Di fronte a un ceto politico immutabile e chiuso nel loft come nella Casa del Grande Fratello, si è scatenato in elettori e simpatizzanti un atteggiamento voyeristico di tipo “pernacchioso”, con punte di sadismo da invidia sociale, tipico di reality come l’Isola dei Famosi e la Fattoria. Ora che si è dimesso Veltroni, si assiste ad un gigantesco X-Factor, con la ricerca del candidato col fattore X (quello è più soul alla Obama, quello è più pop alla Blair, quello è più rock alla Zapatero), cui si stanno dedicando opposte tifoserie di fans.
Non bisogna essere troppo anziani per ricordare un ben diverso atteggiamento verso i propri leaders di partito, che si chiamassero Berlinguer, Craxi, Moro o Andreotti. Si potrebbe dire: altri uomini. Ma era diverso anche il clima. Ricordo i malumori e le polemiche nel PCI e nella base, quando Alessandro Natta, uno dei suoi ultimi - e forse il più anonimo - dei segretari, fu fatto oggetto di lazzi da parte dei vignettisti di Tango, inserto satirico dell’Unità.
Si può dire che la caduta del muro di Berlino non abbia fatto sparire solo le ideologie ma anche una forma di militanza e di approccio alla politica. Berlusconi lo capì prima di tutti: finite le Chiese politiche del Novecento, non c’erano più fedeli in campo, ma spettatori, di cui conquistare il televoto.
Il Grande Sospetto
Le dimissioni di Veltroni nel giorno d'esordio di Sanremo mettono a pensare...ha voluto rubare la scena al Festival? Oppure l'ha fatto per mettere la sordina alle discussioni, in un'Italia intenta a pensare alle cose serie, e cioè le papere di Alessia Piovan e il sesso lento della Zanicchi...
Personalmente, tra due gare stupide (Sanremo e successione a Veltroni) preferisco quella dove almeno si vede un pò di gnocca!
In ogni caso, la Grande Vanvera Nazionale avrà un gran daffare per i prossimi giorni...
Vignetta simil-Bucchi sulla successione a Veltroni
Non so se la battuta abbia un senso, ma mi faceva ridere! Mica so vignettista, io... :)
La pelle di Tremonti dice più dei dati Istat
La cosa che inizia a farmi prendere sul serio i continui allarmi sulle condizioni terribili dell'economia non è l'ammissione, peraltro impressionante, di Obama secondo cui non riesce a dormire pensando alla crisi (benvenuto nel club, mi verrebbe da dire), quanto certe eruzioni cutanee che da mesi infastidiscono il volto di Giulio Tremonti.
Le avevo notate tempo fa, e pensavo fosse un malanno passeggero. Tuttavia, il loro protrarsi nel tempo mi fanno credere che derivino da una condizione psicosomatica del Ministro. Facile pensare che la situazione economica e finanziaria sia talmente difficile che persino uno di solito molto quadrato e pieno di sè come Tremonti stia somatizzando.
Spero di sbagliarmi, ovviamente, e auguro al Ministro pronta guarigione. Ma di solito la pelle è la tela bianca su cui più facilmente si esprimono le inquietudini della psiche. Quelle di un Ministro all'Economia, in un Paese difficile come l'Italia, devono essere davvero tante.
Il sesso vende...anche su Facebook
Che sia una regola aurea del marketing e della vita che tiri più un...sorriso....di donna che un carro di buoi é cosa risaputa. E appena si ha a che fare con la pubblicità, inevitabilmente scappa fuori.
Del resto, se ormai l'estetica porno ha vinto anche in insospettabili e a modo loro nobili programmi tv come Striscia la Notizia, non si capisce perché non dovrebbero usarla per un'inserzione (a destra) che ti invita a conoscere le origini del tuo cognome (argomento che ci sta con le poppe come il cavolo a merenda) su Facebook, dove grati ammiratori delle forme femminili non mancano, a partire da me.
A quando un bel 6x3 elettorale del PD o del PDL con un bel paio di chiappe al vento? É l'ultimo cavolo che ancora la politica non ha mangiato, a merenda.
La strana par-condicio del vescovo di Torino
Ancora su preti e laicità: ieri è uscita su la Repubblica una breve intervista al vescovo di Torino, Severino Poletto, riguardo l'opportunità o meno di costruire moschee nelle città italiane. Confesso che alcuni passaggi mi hanno lasciato perplesso, al punto da aspettare stamani e verificare sul numero odierno di Repubblica un'eventuale rettifica, prima di scriverne. Rettifica non pervenuta, per cui apro la riflessione riportando interamente il passo "incriminato":
(... ) E infatti il cardinale spiega che "ogni comunità ha il diritto di avere dei luoghi in cui ritrovarsi per pregare. Ma un conto è trovare dei saloni, delle sedi da adibire alla preghiera. Un altro è renderle visibili nel panorama delle nostre città, facendo sorgere i minareti di fianco ai campanili." In realtà i minareti e i campanili convivono più o meno pacificamente in molte città del mondo. Come mai in Italia questo non dovrebbe essere possibile? Poletto risponde che "a Torino l'85% della popolazione è battezzata. Il peso della comunità cattolica e della sua tradizione è tale da rendere oggi inopportuna la presenza di minareti in città. Dove invece le comunità cristiane sono in minoranza è naturale che i campanili convivano di fianco alle grandi moschee."
Ho letto questo pezzo una decina di volte, nel timore di non essere capace di coglierne la logica e fraintendere. Il resto dell'articolo non aiutava a fugare i dubbi, perché passava a raccogliere i commenti di alcuni politici.
La mia lettura del passaggio citato è questa: se la minoranza è musulmana in una comunità a maggioranza cristiana, la minoranza si scordi le moschee e si accontenti di saloni per pregare, mentre se la minoranza è cristiana in un contesto a maggioranza musulmana, "è naturale che i campanili convivano di fianco alle grandi moschee". Sono io a travisare l'intervista o siamo di fronte ad uno strano strabismo?
Nati vecchi
Io penso che ci siano le condizioni per un soggetto nuovo a sinistra in questo Paese.
Franco Giordano, ex segretario del PRC su la Repubblica di oggi.
Soggetto nuovo, vecchio vizio...









