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2007-11-14

L'accattonaggio è un lavoro serio

Negli ultimi tempi sembra si stia imponendo un nuovo modello di rapporto sociale: l’accattonaggio. Mi spiego. Sempre più persone sconosciute, perlopiù (fintamente?) male in arnese, entrano in relazione con te al solo scopo di chiederti soldi. Sempre. Ovunque. Comunque. Solo quello. Non ti salutano prima, non ti salutano dopo, fanno la richiesta in maniera standard e tu ti senti il pezzo seriale sul rullo della loro catena di montaggio. E spesso sono anche esigenti, con meno di un euro fai la figura del tirchio. Tranne l’ultimo della serie, un esordiente con me che forse proprio per quello mi ha chiesto cinque centesimi. Non credevo alle mie orecchie, me lo son fatto ripetere due volte, cinque centesimi. Per la commozione gli ho rifilato un euro. Quel che m’irrita è che in loro è diventata una normalità. Chiedono soldi senza nemmeno pensarci, e se t’incontrano dieci volte, ti chiedono soldi dieci volte.
Capisco che possa essere ormai un lavoro, non sono i primi. Ricordo Pasquale Spaghetto, mitico tossicomane che campava così, ma della colletta aveva fatto un’arte, col suo straordinario talento ad inventare scuse, battute, ironie per un gesto che, da persona intelligente qual era, sapeva prevaricante. È rimasto nella storia il suo “Tonì, menami ‘na mille lire ‘n faccia”. E certo ne fanno mestiere i rom, ma anche qui, con gran talento nell’imbastire una scena drammatica, coi loro vestiti miseri, i bimbi nudi, il piagnisteo che ti colpisce al cuore e alla pancia. Insomma, chi vuol fare l’accattone onori fino in fondo la radice latina “captare” del termine: con la commedia o il dramma, catturi.

2 commenti:

ex abitante del presepe ha detto...

E come dimenticare la vecchia:"tniss cient lir"

Luigi Viscido ha detto...

Eh! Mo ti chiedono "tniss cient euro?"

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